lunedì 14 giugno 2021

Roberto Carifi: tre poesie da "Nel ferro dei balocchi"

 








Era questo che chiedevamo, dopo la cena di Capodanno,

di ripeterci avvicinarci ancora un poco

al confine... alle parole buone...

Ma la piazza è la stessa tomba di ferro,

prova a pensare, lo stesso ago da piantare

negli alberghi, nel cuore della tua gioia,

quella che ci frantuma ad ogni battito,

ancora la pioggia sulle fermate

ed una forza nel pomeriggio...

Come dirlo, ora, che ci troveranno

vicinissimi alla madre

mentre gli altri aspettano un matrimonio

e gli autobus sono lontani,

quasi nell'universo.




***




Pregano, adesso, in una sfera luminosa,

la terra fredda dove l'inesistenza sarà guardata

tra le stelle filanti e un fratello buono...

Compie due anni la tua infanzia,

i primi passi nel gelo, quando ti meravigli

davanti alle rovine e un silenzio benedetto

protegge la tua gioia...

Forse ti amano, anche lì, nell'occhiata fragile dei morti

e una mano invisibile ti indica la casa,

un lumicino accanto al tuo ritratto

e piangeresti se il tempo non fosse arato

da un amore più forte, l'obbedienza ad un inverno

dove di nuovo corri e ti sbucci le ginocchia

con quel balocco arrugginito, e ridi.




***




Quando l'ora si compie in una immagine

caduta oltre la siepe

e l'uscio si spalanca sulle facce

spezzano il pane

ed uno indica qualcosa

che non vede,

qualcosa di mai udito

che prende la parola

mentre l'altro, nel vuoto,

si allontana.

giovedì 10 giugno 2021

Paolo Gera legge su Casamatta "La ragione della polvere"



La polvere sa essere estremamente convincente, la sua ragione ha fatto riflettere dall’inizio dei tempi  migliaia di uomini e migliaia di poeti ne hanno scritto nel corso dei secoli. La polvere ha sempre l’ultima parola, resta e si impadronisce delle case e degli oggetti quando i loro proprietari non ci sono più. A lei dedica le sue parole versificate anche Pizzolitto, in riflessioni esistenziali, poste con cura e perizia al di fuori del tempo. La caducità della vita, l’impermanenza della felicità, l’istante che riempie di meraviglia, che  illude sulla sua possibile continuazione e poi si perde inevitabilmente nel rivolo dell’esistenza: questo l’assunto entro cui si muove la poesia di Pizzolitto.

Ho un Buddha nella posizione indicata come Bhumisparsha Mudra, su un tavolo rotondo cinese: ha dei lustrini sulla veste dorata che per un minuto al giorno, di pomeriggio, a seconda di come gira il sole, proiettano sui muri circostanti piccoli dischi di luce colorata. Per un minuto. Dopo questo momento glorioso torna l’ombra, la meditazione, l’oggettualità. Ma in quel minuto tutto sembra cantare. Così anche l’autore distende panorami di gravità ed enigmi la cui sicurezza ci ha sempre sconcertato, per contrapporre una breve pennellata di colore e di soavità:

 

Qualcosa resta in silenzio

e rimane nascosto

nel niente senza stelle

che ti riempie e consuma.

 

Anche in me attende

il vuoto straziante di Dio,

e questa ignobile,

mai sazia inquietudine.

 

Le api tracciano geometrie gioiose

tra i fiori di pesco e il cielo.

(Geometrie, p.10, vv. 1-10)

 

Questa poesia che medita sul mistero oscuro del nostro essere al mondo e dei sollievi istantanei che può offrire la natura intorno o una predisposizione effimera dell’anima, ha ascendenze remote, la Bibbia del Libro di Giobbe e l’Ecclesiaste, i mistici mussulmani, il grande poeta persiano  Omar Khayyam  che cantava lo stordimento come unica possibilità di sfuggire all’arbitrio del destino e al tiro di dadi di Dio. Emily Dickinson, naturalmente. In Italia questa lacerazione fra il dolore inesplicabile e certo della condizione umana e l’aspirazione alla consolazione dell’amore in purezza carnale, ha un suo forte testimone in Giovanni Testori.

Le parole in questo contesto non sono scelte  come segno arbitrario, diversamente interpretabile dal lettore, ma circoscrivono un’esperienza comune e sono essenziali come una sentenza.

 

Stupende sono queste grida

che smembrano la notte,

stupendo è tutto ciò che sopravvive

all’affanno scarno delle cose,

la luce austera del mese di marzo,

nel niente colmo di misericordia

di un nuovo, disperato silenzio.

 

Dura un istante questa misera gioia.

(Dura un istante, p.13)

 

Anche il repertorio metaforico scelto dell’autore attinge a un repertorio in cui ciascuno di noi può riconoscersi.  Sia che ci si accosti al mistero con spirito religioso o laico, resta comunque un paradigma di immagini che unisce la sensibilità della tradizione giudaica cristiana a quella orientale.

 

Io sono la foglia piegata

dalla brezza leggera,

io sono il sale sulla ferita,

io sono questo affannato correre

e morire.

La quiete di un istante,

nell’accadere del nulla.

(p.27)

 

Interessante è capire se i grani del rosario si snodano fra le dita sempre uguali oppure se questa smisurata invocazione, abbia un’evoluzione tra le sue varie parti. L’ora scandita è sempre la stessa, sempre questa misura mai colmata di pazienza da opporre all’assenza di un senso, oppure c’è in questa poesia un passaggio dall’ombra alla luce, dalla notte al giorno?

 

Nei silenzi impossibili

nella bianca innocenza

di una preghiera sussurrata.

Tutto è instabile e arde,

arde d’amore.

Tutto cade inesorabile

e si fa nostalgia.

(p.47)

 

Il libro ha varie sezioni, “Spasmi”, “Noi che abbiamo perso la fame”, “Dal profondo”, “Benedizioni” che contrappongono fin dai titoli questa polarità incessante fra l’angoscia e la trafittura del sole che ci ci inebria nonostante la sofferenza del nostro esserci. Ma è l’ultima sezione che insiste maggiormente sulla necessità di riconoscere nelle ferite dell’altro le proprie e nell’aprirsi dunque allo spirito della comprensione e della compassione. Fra tutte le figure create da Dostoevskij, una mi è particolarmente cara ed è quella tratteggiata nella figura del principe Miškyn, nel romanzo “L’idiota”. L’ultima sezione titolata  da Pizzolitto PREKRASNYJ (LO SPLENDORE DELLA BELLEZZA), proprio questo personaggio richiama come orizzonte ultimo di riflessione e di possibile azione. In una sua lettera il grande scrittore russo, a proposito del suo progetto, usa questo termine per indicare l’uomo ‘assolutamente buono’ che dovrebbe essere protagonista del suo romanzo. Il modello cristologico di cui parla Dostoevskij è una declinazione dell’idea dell’uomo virtuoso e bello della Grecia classica, in cui il dettame dell’armonia è stato incrinato dalla coscienza del dolore, ma questa incrinatura piuttosto che una limitazione, è un ampliamento che irradia appunto ulteriore bellezza. Ma la vocazione estrema di ad aprirsi a tutto il dolore degli uomini e a glorificarlo attraverso la sua condivisione, non può essere visto dagli altri che come follia. Ancora oggi, mentre le immagini della contemporaneità si uniscono a quelle di una fede che pare trascorsa, lo scandalo resta aperto, aperta resta la frattura tra l’io e il tu che ci  chiama da un luogo diverso dal nostro, radicalmente diverso dalle nostre abitudini.

 

I panni stesi al sole ad asciugare,

il cane che dorme sul tappeto

comprato ieri su ebay,

il ramo d’ulivo appoggiato all’icona

di un Cristo scalzo e bambino:

questi silenzi che, nell’attesa,

si fanno volto e preghiera.

 

Tu provieni dal niente lontano.

(p.117)


Paolo Gera

 

domenica 30 maggio 2021

Gabriele Borgna: tre poesie da "Manufatti del dissesto"






Era tutto un cercare
qualche forma di aderenza
quel mio stare a lato
fissando le macerie,
una guerra di posizione
sul fronte dell'abisso.

Incominciavo a finire
costruendo respiri.



***



Con l'avvento del buio
fra l'acqua e la pietra
l'onda è un gioco di volumi
dove l'attimo straripa.

Nel grembo dell'arenile
una torma di gozzi in secca
e il morso del sale
che scarnifica.



***



Certe domeniche s'intrecciano
all'ordito delle cose
addossandosi ai paesaggi
logorati dall'attrito.
Assedio e misura
di un'età rivissuta
fra i tuoi ricci,
meraviglia di chi apprende
gli inverni al crepitio dei ceppi
eppure, ancora ignora.

In fondo al fuoco
il futuro è cenere.

sabato 29 maggio 2021

Anna Achmatova: tre poesie da "La corsa del tempo"



Ho appreso a vivere semplice e saggia,
a guardare il cielo, a pregare Iddio,
e a vagare a lungo innanzi sera,
per fiaccare un'inutile angoscia.

Quando nel fosso freme la lappola
e il sorbo giallo-rosso piega i grappoli,
compongo versi colmi di allegria
sulla vita caduca, caduca e bellissima.

Ritorno. Un gatto piumoso mi lecca
il palmo, fa le fusa più amoroso,
e un fuoco vivido divampa al lago
sulla torretta della segheria.

Solo di rado un grido di cicogna,
volata fino al tetto, squarcia il silenzio.
E se tu busserai alla mia porta,
mi sembra, non sentirò nemmeno.



***



Mi perdonerai questi giorni di novembre?
Sui canali della Nevà tremolano le luci.
Poveri addobbi di un tragico autunno.



***



La bianca casa


Gelido sole. Dopo la parata
passano e ripassano le truppe.
Godo del meriggio di gennaio,
e la mia ansia è lieve.

Qua rammento ogni ramo,
ogni profilo.
Tra la bianca rete di brina
goccia una luce cremisi.

Qui c'era una casa quasi bianca,
una veranda di vetro.
Tante volte - la mano smarrita -
strinsi il cerchio del suo campanello.

Tante volte... Suonate, soldati,
ed io troverò la mia casa,
la distinguerò dal tetto incurvato,
dall'edera perenne.

Ma qualcuno l'ha spostata,
l'ha portata in città straniere
o per sempre ha strappato al ricordo
la via che vi conduceva...

Cornamuse dileguano lontano,
vola la neve, fiore di visciola.
E, si vede, nessuno sa
che non c'è più la bianca casa.

mercoledì 26 maggio 2021

Adelelmo Ruggieri: tre poesie da "La città lontana"



La finestra nel bicchiere


Come la tua immagine riflessa
Presso la finestra della stanza
Nel tuo bicchiere vuoto
È questo stare
Né specchio certo, né certa verità
Se guardo in esso tuttavia distinguo
Il tuo corpo, la strada
La finestra del bicchiere



***


16 ottobre


Avete mai visto bene la casa di chi non c'è più?
Una casa che amava te, s'intende, e stipata di cose
Di quell'accumularsi invano delle cose nel tempo
Avete mai provato a riflettere sulla polvere
Che devasta già da ora quelle cose tanto amate
Da rappresentarci? Ma chi ci ama altre cose
Intorno a sé raccoglie, una somma innumerevole di cose
Opponiamo a non sappiamo cosa.



***



Una strada, un punto esatto


C'è un punto esatto della Pompeiana
Che le mattine chiare a primavera
Alle sette il sole da poco sorto
Forma un trapezio di luce sul mare
E un gruppetto di alberi gli è davanti
Con i rami ancora spogli, liberati
E nel guardare bene quella scena
Alcune lacrime il tuo volto accoglie
E sanno di quel ciò che viene detto
Sulla terra, splendore.

martedì 25 maggio 2021

Davide Valecchi: tre poesie da "La strada del nutrimento"




La casa dove abitavi è costruita
al centro di un pascolo
che si apre all'improvviso
alla fine del bosco.

Durante i mesi caldi
l'erba si nutre soltanto di luce
e muovendosi in silenzio
rilascia nell'aria particelle
che attraversano i corpi.

Dentro tutto è bianco
e frantumato in polvere finissima
destinata a disperdersi
al primo aprirsi di una finestra.



***



Uscendo fuori vedo il cielo
prima di ogni cosa
ma è la strada che devo guardare
perché è quasi cancellata:
se ne indovina il percorso
osservando il livello degli steli.

Le porte sono ovunque:
occorre abituare gli occhi
alle incisioni del vento
rimanendo immobili
per il tempo necessario.



***



L'atto di salire compie il lavoro
e ora che siamo arrivati
passando alberi e paesi
fermi dove il terreno spiana
possiamo voltarci a guardare indietro
verso la distesa di ciò che era nostro
distinguere i colori degli anni
osservare lo stato di logoramento
il grado di nitidezza
e liberarci da tutti i luoghi
dove non siamo più.

lunedì 24 maggio 2021

Umberto Piersanti: tre poesie da "Nel folto dei pensieri"






Diario di bordo


presso la foglia fradicia
del tiglio e dentro l'erbe
fatte quasi bianche,
nel suo rosa sempre più pallido
e tenace, un cespo di ciclamini
si rinserra, fragili i gambi
e corvi, inzuppati d'acque,
ma fino a quando arde
dentro la bruma spessa,
la nebbia nera,
quella rosa che settembre
accese con un suo vento
morbido e celeste?

no, la brina non lo stronca
e non lo schianta il vento,
forse l'eterno è nel pallido
colore che mai si spegne
e alla terra eterna
s'annoda e confonde,
ma dicembre viene
e nel gelo lo spezza
c'era lì nell'orto
un lungo ramo
con i passeri in fila
bianchi di neve,
solo il rosso dei cachi
un po' trapela
tenace, nel chiarore
che l'avvolge

e non sei mai solo
come quando dalla finestra
di un albergo nuovo
dentro ogni macchina che passa,
infinite, coi fari,
tra la pioggia,
i volti dei viandanti
tu intravedi

annota nel diario a bordo
vicende e cose,
minute o immense
questo conta poco,
e le stanche domande
non segnare,
perché un vecchio
corre lungo il mare
e tra le tamerici ingiallite
o spoglie, una sola
è rimasta verde?

appunti, solo appunti
sparsi, Il veliero continua
l'incerta rotta

cerca le sue Galapagos,
ogni moto e caduta
lì forse ha un senso,
sale una bruma immensa
spegne astri e quadranti,
la rotta che s'è persa


Dicembre 2009



***



Non sei di questo tempo


e poi quel mare opaco,
colore dei giorni freddi,
un verde che si scioglie
tra nebbie e spume,
e tu lo guardi
stretto al finestrino
del treno che s'inoltra
nell'inverno

non sei di questo tempo,
lo capisci
se le guardi
snelle e disegnate
e quelle giubbe uscite
dal futuro, magari da una pagina
d'Urania, mandano luci strane
e fluorescenti,
stanno in silenzio
con il capo chino
sulle parole accese
tra le mani

no, ha i vostri anni,
non v'assomiglia,
dico del figlio,
ancora più del padre
vive dal vostro tempo
separato

oh, quel mare sognato
dagli alti campi,
ci scendono palombe
a branchi folti,
stronca il piombo ali
e becchi, gli occhi quieti,
li cercano tra i ceppi
i bianchi cani

dalle strade sbranate,
le case rotte,
dal cielo era venuto
dolore e fuoco,
arrivai alla Gran Pozza
ch'era un giorno d'estate

oh, quell'ora assoluta,
l'immensa luce,
l'acqua cerchiava il mondo
e la tua vita

entra - dice Gaetano -
non ci pensare,
e sono andato dentro
tutto vestito,
il vecchio Gaetano
e tu bambino

ora che t'attraverso
nell'inverno,
nel giorno ti ricordo
più luminoso


Dicembre 2007



***



Adolescenza amore


così remota e persa
è la figura
che tra i viburni passa
e poi scompare,
nella fuga degli anni
ormai dissolta,
ma nella pietra resta
un'orma azzurra
d'un cielo e d'una veste
così lontani

lei era come l'aria
di quei giorni,
azzurra e chiara
come il suo lungo nome,
come l'età
che credevamo eterna

adesso,
nella cronaca dei giorni
fragili e falsi
come notiziari,
tu nella pietra cerchi
il volto eterno
d'un amore, il più fragile
e fugace


Dicembre 2012




sabato 8 maggio 2021

Elio Pecora: tre poesie da "Rifrazioni"



Quanto parla il dolore di se stesso e, se a volte
gli giova - che s'attenua, si misura col mondo
così tanto abitato dal dolore - più spesso si denuncia,
si aggrava, fino a serrarsi in un antro scuro.

Non si pronuncia la felicità, sta ferma nell'istante,
colma, fuor di misura, di se stessa e di tutto innamorata;
dopo la pensi come una raggiera splendente, come
un dono inatteso, e di toni soavissimi accordata.



***



L'inganno non è stato muoversi in questo recinto,
ma tenere per certa una promessa bugiarda.
Quando, il meglio era lasciarsi nel vento,
accordarsi allo specchio, farsi leggero all'uscita.



***



Un altro tempo corre in questo tempo
che contiamo a minuti:
è l'ansa dove il sogno della mente
non conosce durata,
la parola che tenta se stessa
esatta, svelata.

mercoledì 5 maggio 2021

Vittorino Curci: tre poesie da "Poesie (2020-1997)






III


l'ingranaggio s'inceppa quando
la nostalgia di un semplice guardare
cresce a dismisura
per curare le innumerevoli ferite.
ogni ferita ha un nome.
a parte questo, non so altro

partire, allontanarsi per sempre,
sottrarsi alla requisitoria
della parte orfana.
provare diversamente.



***



(al bar di notte)

Vengono qui non per
tornare sui loro passi.
credo aspettino qualcosa
o qualcuno
da sfiorare con il dorso
della mano - un gesto
semplice ma per noi
incomprensibile

vengono qui perché
ogni voce è un brivido
che passa nell'aria
per inverarsi
in un'idea di vita.



***



Liturgia del buon principio



La coscienza castigante impedisce il volo a destra
con scudisciate d'aria
e scricchiolii stellari che spaventano le greggi.
La tua è la spesa frugale di un timido - cose
che prendi dai romanzi e metti in salvo
dal tutto che rovina - Ma per una volta, per una
sola volta potrai svettare
sulla tua figura inerte
fino a scorgere i semi buoni
di un tempo irragionevole.
Sarai il custode della roccia che si guadagna la sera
soffiando sulla materia oscura, sulle inadempienze
di un padre a mezza strada. In un brivido
delle vertebre riconoscerai
ciò che è sempre stato tuo - in un luccichio di vetrine
a dicembre, la prima ruga sul viso di tua madre.
Sarai una lastra di pietra incisa, l'allegoria cresciuta
come dogma tra le mani, un ricettacolo
di primizie che - come la vita- non si può definire.

Che le tue parole siano redente e pure.

martedì 27 aprile 2021

La ragione della polvere su Atelier

 



Antonio Fiori legge con millimetrica precisione "La ragione della polvere" (peQuod) per la rivista Atelier


sabato 24 aprile 2021

Giancarlo Sissa: tre poesie da "Archivio del padre"






Mercoledì 17 ottobre 2018 St. Andrews


Durante la cena abbiamo persino riso. Come la mano amputata nella pressa che continua. Ad afferrare il vuoto. E forse ride persino il pugile inebetito. Dall'ultima sconfitta.

Del resto quali azioni ti attribuisco padre. Mentre apri l'acqua fuoco. Lago di ghiaccio che per secoli e secoli attraversano i bambini. Morte che non si racconta. Tempo che non conta.

Le parole del medico dicono una storia nella quale non ci sono mani né bicchieri di vino. O poche. O pochi.



***



Altri giorni


Padre caro la casa ha messo i libri sotto la pioggia. L'ultima ora non ha avuto delirio ma le antiche ipotesi d'acqua. Il tempo forerà le mani a questi idioti che non sanno cos'è un tavolo. Cos'è una matita. Cos'è il mattino cos'è. La buona febbre. Camminare lentamente verso.

Bisognerebbe leggere digiunare. Voltare le spalle al bel tempo. Entrare nell'osteria dell'inverno a bere da bicchieri vuoti. Accendere il fuoco nel camino e dimenticarsi. Scrivere con precauzione sul quaderno dei compiti. E poi morire. E poi risorgere. E ogni volta scordarsi di voi.




***



Domenica 28 ottobre 2018


Viene il giorno che finalmente non contiamo più nulla e siamo pezzi di sole presi in una pietra.

Imbozzolati nella voce. Nel silenzio della voce. Nell'inchiostro d'autunno. Della voce.

Padre l'acqua non sbaglierà direzione. La barca sbatterà vuota ai cancelli. Ogni cosa sarà lucina d'autunno.


giovedì 15 aprile 2021

"La ragione della polvere" nella lettura di Chiara Evangelista




Chiara Evangelista, giornalista e poetessa, si sofferma con attenzione su "La ragione della polvere' (peQuod, 2020).

La sua attenta lettura è per Laboratori Poesia

martedì 13 aprile 2021

Cettina Calió: tre poesie da "Di tu in noi"






Soprattutto quando
a tentoni cerchiamo il fondo
del mattino
ma è ancora la porta

soprattutto quando
solo fino a un certo punto

si spiega lo strappo
fra il non domandare
e il non importa

ora che passa a brandelli
il giorno
e da una finestra
in affitto
il vuoto largo del cielo trascorre
come cosa non nostra

gli occhi sono arresi
nel silenzio levato
che moltiplica se stesso
sempre per uno



***



Nella voce di una campana lenta
passa la vita
e chiude ogni frase
in un tormento di ultime volte
sapute sempre
dopo

qualcosa cerchiamo
su cui posare lo sguardo
senza tremare

fra un rintocco e l'altro

un sentiero piccolo di arbusti
promette giorni di fiori a venire

e noi
un dettaglio
in questo panorama che basta
a se stesso.



***



Il silenzio è un gesto lento


Accadeva sempre
accanto alla crepa

la vita
smarrita indietro
discordata in avanti

faceva toc toc
l'abisso
e dilatava la parentesi del buio

agli angoli feriti
bisognava cambiare lo spazio

non basta
scuotersi dal grido
dire ci sono
non basta.

domenica 11 aprile 2021

Bruno Piccinini: tre poesie da "Credere nel corpo"



Nel tunnel


Ho disceso i gradini
della metropolitana, sono in fuga
nel tunnel artificiale del pensiero
fra intermittenze di luci e oscurità,
mi cerco al di sotto di me
nelle profondità, tra le vertebre
e le ossa della terra,
corro con le vene che mi percorrono
e circolano senza fermarsi
tra le masse e nelle cavità
alla ricerca di una porta
d'illuminazione.



***



A sua immagine


Mi ha vestito il tempo a sua immagine
e sono un corpo dentro la sua tela
sotto la tela e il filo
che la tesse.
Sono l'ostaggio anonimo
del viaggio irreversibile che compie - verso dove? -
la cronaca che vive
nelle parole che tremano e si perdono,
nei fogli silenziosi della pagina
nella fibrillazione del pensiero.
Nel vento che mi percorre il corpo
sono la forma è il luogo
della foglia che prima di cadere
incendia l'aria di colori
e si riscatta.



***



Figure-corpi


Avanzano si spostano indietreggiano
figure ai doppi vetri
visi scompaiono
che vivono di sguardi
cercano la luce della stanza
volti all'incandescenza della lampada.
Sono con loro in adiacenza
sono contiguo sovrapposto
sono lo sguardo dentro lo sguardo
il desiderio attratto dalla lampada
vivo l'istante breve necessario
a cercare l'altra luce. 

sabato 10 aprile 2021

Roberto Deidier: tre poesie da "All'altro capo"




L'ombra della finestra sulla parete azzurra
All'alba, il profilo nero della bottiglia,
La santità del silenzio dopo l'amore
Forse li hai portati nel respiro
Del sonno, forse hai sentito
Quanto ero sveglio per non aver creduto
A un miraggio che durava,
Arreso infine a una stanchezza senza sogni.



***



Piovasco


Ecco i giorni dell'acqua, la costellazione
S'apre la cascata, stinge il destino
O forse i sogni si scrivono con lettere
Trasparenti? Scende sul marciapiede
Come una felicità mancata.

Quante volte dietro i vetri assistiamo
A una congiura che ci sembra estranea -
Nuvole, diciamo, passeranno in fretta
Per dirigersi altrove e non sappiamo
Né vogliamo sapere, siamo solo
I testimoni del clima, una giornata
Di mobili spostati, memorie svuotate.



***



Ruote felici sulla polvere.
C'è davvero bisogno di aspettare il vento?

Vanno verso l'orizzonte in ombra,
Le ultime miniature ostinate.

Sono un silenzio che s'allontana,
Di spalle incalzano nuvole in disarmo.

venerdì 9 aprile 2021

Piera Oppezzo: tre poesie da Esercizi d'addio





Tempi di guerra


Quel grigio di giorni d'inverno
quando, sola sulla strada
di un paese sconosciuto,
fissavo le pietre fredde
subito coperte dai miei passi,
pensando ai giochi o ad una favola
per non capire la paura
che mi batteva sulla nuca
e credere colpi di tuono
quei boati fra le valli
che mi toglievano all'infanzia.



***



Sera


Sento come tutto muta
e ancora si converte
in altra luce,
nel traguardo della sera.
Davanti a questa pace
che non ha ragione
a lungo il cuore
resta incerto nella pena
e quasi ha in sé il timore
del riposo e della fede.
Ma è sera, veloce sempre
cresce l'ora e mi convince
del murmure ritorno
d'un ritmo di parole.



***



Perdono


Perdono sempre
alle cose
che si negano a me;
ho pietà
del mio dolore
e così risorge.