lunedì 27 dicembre 2021

L'ultima poesia dell'anno

 




L'astro del monte

(stanze per Osvaldo Licini)


                                        a Daniela Simoni


Prologo

"Ma qui, dove più fermo è il passo,
al riparo dal tempo e dalla storia,
posso finalmente aver riguardo
di me e del mio bene,
attardarmi finché non faccia giorno,
ascoltare le voci che ho perduto,
capire il non capito, l'anima del niente,
tutto questo infinito che mi avvolge,
come di un fiume sedendo il greto eterno."

Monti della Sibilla, chiuse porte,
una dolcezza d'aria mai più vista
li abita perenne, fortezza della quiete,
se li aspetto sulla riva del giorno
a una finestra che non ha più età,
se conosco l'odore d'ogni onda,
il paziente viaggiare
lungo le linee della mia matita.

Degli anni attraversati ho la memoria
come d'un gesto fermo nel silenzio
che il mio bastone ritma nell'andare

(...)


Colline della Marca, Chienti e Tenna, 
belvedere del mondo, mio reame
dove il nulla si posa come un telo
sul destino che tocca la mia vita
fin qui dove sono giunto,
scampato dalla vanità del tutto,
ad ascoltare solo il suo fruscio,
il moto eterno delle silenti stelle.

Il colore della luce mi somiglia,
interroga l'esistere compiuto,
è dubbio e insonnia, labirinto e scena,
è me che sento tra materia e incanto,
sul limitare estremo della forma,
notte infinita che l'aurora scioglie.

Chissà dov'è la via che torna indietro,
chissà chi l'ha percorsa?
Fermo alla soglia della casa aspetto
qualcuno che quei passi e mi conosca,
pronunciando il battesimo del nome,
lo stesso con cui firmo le mie vele,
il vento che non muta direzione,
l'enigma dell'alfiere che non parla,
l'angelo che non s'è voltato mai.

"Sorrido piano piano nelle sere serene",
mi sovviene chi ero, il mio numero, il mistero,
la risposta impossibile
all'orizzonte grigio, a nessun mare.

Ti scrivo dalla terra delle madri
dove sono sceso a conservare il lume
che appena di bagliori è chiarità
perché si scorga almeno la certezza
del mio peregrinare senza sosta,
tutto l'affanno che arde senza fiamma,
il segno mai saputo decifrare.


Epilogo

"Vigila, se tu puoi, sulla mia assenza.
Ovunque, dopo tanto, porto il passo
dello straniero senza patria e tetto.
Da questo luogo che non ha ritorno
ora so che azzurro è la distanza
che separa ogni vivere dal niente.
Salva quest'ora vaga del presente,
lo sguardo del pensare, il suo respiro,
il battito d'abisso e paradiso."



Francesco Scarabicchi, "La figlia che non piange", Einaudi, 2021.