lunedì 14 giugno 2021

Roberto Carifi: tre poesie da "Nel ferro dei balocchi"

 








Era questo che chiedevamo, dopo la cena di Capodanno,

di ripeterci avvicinarci ancora un poco

al confine... alle parole buone...

Ma la piazza è la stessa tomba di ferro,

prova a pensare, lo stesso ago da piantare

negli alberghi, nel cuore della tua gioia,

quella che ci frantuma ad ogni battito,

ancora la pioggia sulle fermate

ed una forza nel pomeriggio...

Come dirlo, ora, che ci troveranno

vicinissimi alla madre

mentre gli altri aspettano un matrimonio

e gli autobus sono lontani,

quasi nell'universo.




***




Pregano, adesso, in una sfera luminosa,

la terra fredda dove l'inesistenza sarà guardata

tra le stelle filanti e un fratello buono...

Compie due anni la tua infanzia,

i primi passi nel gelo, quando ti meravigli

davanti alle rovine e un silenzio benedetto

protegge la tua gioia...

Forse ti amano, anche lì, nell'occhiata fragile dei morti

e una mano invisibile ti indica la casa,

un lumicino accanto al tuo ritratto

e piangeresti se il tempo non fosse arato

da un amore più forte, l'obbedienza ad un inverno

dove di nuovo corri e ti sbucci le ginocchia

con quel balocco arrugginito, e ridi.




***




Quando l'ora si compie in una immagine

caduta oltre la siepe

e l'uscio si spalanca sulle facce

spezzano il pane

ed uno indica qualcosa

che non vede,

qualcosa di mai udito

che prende la parola

mentre l'altro, nel vuoto,

si allontana.

giovedì 10 giugno 2021

Paolo Gera legge su Casamatta "La ragione della polvere"



La polvere sa essere estremamente convincente, la sua ragione ha fatto riflettere dall’inizio dei tempi  migliaia di uomini e migliaia di poeti ne hanno scritto nel corso dei secoli. La polvere ha sempre l’ultima parola, resta e si impadronisce delle case e degli oggetti quando i loro proprietari non ci sono più. A lei dedica le sue parole versificate anche Pizzolitto, in riflessioni esistenziali, poste con cura e perizia al di fuori del tempo. La caducità della vita, l’impermanenza della felicità, l’istante che riempie di meraviglia, che  illude sulla sua possibile continuazione e poi si perde inevitabilmente nel rivolo dell’esistenza: questo l’assunto entro cui si muove la poesia di Pizzolitto.

Ho un Buddha nella posizione indicata come Bhumisparsha Mudra, su un tavolo rotondo cinese: ha dei lustrini sulla veste dorata che per un minuto al giorno, di pomeriggio, a seconda di come gira il sole, proiettano sui muri circostanti piccoli dischi di luce colorata. Per un minuto. Dopo questo momento glorioso torna l’ombra, la meditazione, l’oggettualità. Ma in quel minuto tutto sembra cantare. Così anche l’autore distende panorami di gravità ed enigmi la cui sicurezza ci ha sempre sconcertato, per contrapporre una breve pennellata di colore e di soavità:

 

Qualcosa resta in silenzio

e rimane nascosto

nel niente senza stelle

che ti riempie e consuma.

 

Anche in me attende

il vuoto straziante di Dio,

e questa ignobile,

mai sazia inquietudine.

 

Le api tracciano geometrie gioiose

tra i fiori di pesco e il cielo.

(Geometrie, p.10, vv. 1-10)

 

Questa poesia che medita sul mistero oscuro del nostro essere al mondo e dei sollievi istantanei che può offrire la natura intorno o una predisposizione effimera dell’anima, ha ascendenze remote, la Bibbia del Libro di Giobbe e l’Ecclesiaste, i mistici mussulmani, il grande poeta persiano  Omar Khayyam  che cantava lo stordimento come unica possibilità di sfuggire all’arbitrio del destino e al tiro di dadi di Dio. Emily Dickinson, naturalmente. In Italia questa lacerazione fra il dolore inesplicabile e certo della condizione umana e l’aspirazione alla consolazione dell’amore in purezza carnale, ha un suo forte testimone in Giovanni Testori.

Le parole in questo contesto non sono scelte  come segno arbitrario, diversamente interpretabile dal lettore, ma circoscrivono un’esperienza comune e sono essenziali come una sentenza.

 

Stupende sono queste grida

che smembrano la notte,

stupendo è tutto ciò che sopravvive

all’affanno scarno delle cose,

la luce austera del mese di marzo,

nel niente colmo di misericordia

di un nuovo, disperato silenzio.

 

Dura un istante questa misera gioia.

(Dura un istante, p.13)

 

Anche il repertorio metaforico scelto dell’autore attinge a un repertorio in cui ciascuno di noi può riconoscersi.  Sia che ci si accosti al mistero con spirito religioso o laico, resta comunque un paradigma di immagini che unisce la sensibilità della tradizione giudaica cristiana a quella orientale.

 

Io sono la foglia piegata

dalla brezza leggera,

io sono il sale sulla ferita,

io sono questo affannato correre

e morire.

La quiete di un istante,

nell’accadere del nulla.

(p.27)

 

Interessante è capire se i grani del rosario si snodano fra le dita sempre uguali oppure se questa smisurata invocazione, abbia un’evoluzione tra le sue varie parti. L’ora scandita è sempre la stessa, sempre questa misura mai colmata di pazienza da opporre all’assenza di un senso, oppure c’è in questa poesia un passaggio dall’ombra alla luce, dalla notte al giorno?

 

Nei silenzi impossibili

nella bianca innocenza

di una preghiera sussurrata.

Tutto è instabile e arde,

arde d’amore.

Tutto cade inesorabile

e si fa nostalgia.

(p.47)

 

Il libro ha varie sezioni, “Spasmi”, “Noi che abbiamo perso la fame”, “Dal profondo”, “Benedizioni” che contrappongono fin dai titoli questa polarità incessante fra l’angoscia e la trafittura del sole che ci ci inebria nonostante la sofferenza del nostro esserci. Ma è l’ultima sezione che insiste maggiormente sulla necessità di riconoscere nelle ferite dell’altro le proprie e nell’aprirsi dunque allo spirito della comprensione e della compassione. Fra tutte le figure create da Dostoevskij, una mi è particolarmente cara ed è quella tratteggiata nella figura del principe Miškyn, nel romanzo “L’idiota”. L’ultima sezione titolata  da Pizzolitto PREKRASNYJ (LO SPLENDORE DELLA BELLEZZA), proprio questo personaggio richiama come orizzonte ultimo di riflessione e di possibile azione. In una sua lettera il grande scrittore russo, a proposito del suo progetto, usa questo termine per indicare l’uomo ‘assolutamente buono’ che dovrebbe essere protagonista del suo romanzo. Il modello cristologico di cui parla Dostoevskij è una declinazione dell’idea dell’uomo virtuoso e bello della Grecia classica, in cui il dettame dell’armonia è stato incrinato dalla coscienza del dolore, ma questa incrinatura piuttosto che una limitazione, è un ampliamento che irradia appunto ulteriore bellezza. Ma la vocazione estrema di ad aprirsi a tutto il dolore degli uomini e a glorificarlo attraverso la sua condivisione, non può essere visto dagli altri che come follia. Ancora oggi, mentre le immagini della contemporaneità si uniscono a quelle di una fede che pare trascorsa, lo scandalo resta aperto, aperta resta la frattura tra l’io e il tu che ci  chiama da un luogo diverso dal nostro, radicalmente diverso dalle nostre abitudini.

 

I panni stesi al sole ad asciugare,

il cane che dorme sul tappeto

comprato ieri su ebay,

il ramo d’ulivo appoggiato all’icona

di un Cristo scalzo e bambino:

questi silenzi che, nell’attesa,

si fanno volto e preghiera.

 

Tu provieni dal niente lontano.

(p.117)


Paolo Gera

 

domenica 30 maggio 2021

Gabriele Borgna: tre poesie da "Manufatti del dissesto"






Era tutto un cercare
qualche forma di aderenza
quel mio stare a lato
fissando le macerie,
una guerra di posizione
sul fronte dell'abisso.

Incominciavo a finire
costruendo respiri.



***



Con l'avvento del buio
fra l'acqua e la pietra
l'onda è un gioco di volumi
dove l'attimo straripa.

Nel grembo dell'arenile
una torma di gozzi in secca
e il morso del sale
che scarnifica.



***



Certe domeniche s'intrecciano
all'ordito delle cose
addossandosi ai paesaggi
logorati dall'attrito.
Assedio e misura
di un'età rivissuta
fra i tuoi ricci,
meraviglia di chi apprende
gli inverni al crepitio dei ceppi
eppure, ancora ignora.

In fondo al fuoco
il futuro è cenere.

sabato 29 maggio 2021

Anna Achmatova: tre poesie da "La corsa del tempo"



Ho appreso a vivere semplice e saggia,
a guardare il cielo, a pregare Iddio,
e a vagare a lungo innanzi sera,
per fiaccare un'inutile angoscia.

Quando nel fosso freme la lappola
e il sorbo giallo-rosso piega i grappoli,
compongo versi colmi di allegria
sulla vita caduca, caduca e bellissima.

Ritorno. Un gatto piumoso mi lecca
il palmo, fa le fusa più amoroso,
e un fuoco vivido divampa al lago
sulla torretta della segheria.

Solo di rado un grido di cicogna,
volata fino al tetto, squarcia il silenzio.
E se tu busserai alla mia porta,
mi sembra, non sentirò nemmeno.



***



Mi perdonerai questi giorni di novembre?
Sui canali della Nevà tremolano le luci.
Poveri addobbi di un tragico autunno.



***



La bianca casa


Gelido sole. Dopo la parata
passano e ripassano le truppe.
Godo del meriggio di gennaio,
e la mia ansia è lieve.

Qua rammento ogni ramo,
ogni profilo.
Tra la bianca rete di brina
goccia una luce cremisi.

Qui c'era una casa quasi bianca,
una veranda di vetro.
Tante volte - la mano smarrita -
strinsi il cerchio del suo campanello.

Tante volte... Suonate, soldati,
ed io troverò la mia casa,
la distinguerò dal tetto incurvato,
dall'edera perenne.

Ma qualcuno l'ha spostata,
l'ha portata in città straniere
o per sempre ha strappato al ricordo
la via che vi conduceva...

Cornamuse dileguano lontano,
vola la neve, fiore di visciola.
E, si vede, nessuno sa
che non c'è più la bianca casa.

mercoledì 26 maggio 2021

Adelelmo Ruggieri: tre poesie da "La città lontana"



La finestra nel bicchiere


Come la tua immagine riflessa
Presso la finestra della stanza
Nel tuo bicchiere vuoto
È questo stare
Né specchio certo, né certa verità
Se guardo in esso tuttavia distinguo
Il tuo corpo, la strada
La finestra del bicchiere



***


16 ottobre


Avete mai visto bene la casa di chi non c'è più?
Una casa che amava te, s'intende, e stipata di cose
Di quell'accumularsi invano delle cose nel tempo
Avete mai provato a riflettere sulla polvere
Che devasta già da ora quelle cose tanto amate
Da rappresentarci? Ma chi ci ama altre cose
Intorno a sé raccoglie, una somma innumerevole di cose
Opponiamo a non sappiamo cosa.



***



Una strada, un punto esatto


C'è un punto esatto della Pompeiana
Che le mattine chiare a primavera
Alle sette il sole da poco sorto
Forma un trapezio di luce sul mare
E un gruppetto di alberi gli è davanti
Con i rami ancora spogli, liberati
E nel guardare bene quella scena
Alcune lacrime il tuo volto accoglie
E sanno di quel ciò che viene detto
Sulla terra, splendore.

martedì 25 maggio 2021

Davide Valecchi: tre poesie da "La strada del nutrimento"




La casa dove abitavi è costruita
al centro di un pascolo
che si apre all'improvviso
alla fine del bosco.

Durante i mesi caldi
l'erba si nutre soltanto di luce
e muovendosi in silenzio
rilascia nell'aria particelle
che attraversano i corpi.

Dentro tutto è bianco
e frantumato in polvere finissima
destinata a disperdersi
al primo aprirsi di una finestra.



***



Uscendo fuori vedo il cielo
prima di ogni cosa
ma è la strada che devo guardare
perché è quasi cancellata:
se ne indovina il percorso
osservando il livello degli steli.

Le porte sono ovunque:
occorre abituare gli occhi
alle incisioni del vento
rimanendo immobili
per il tempo necessario.



***



L'atto di salire compie il lavoro
e ora che siamo arrivati
passando alberi e paesi
fermi dove il terreno spiana
possiamo voltarci a guardare indietro
verso la distesa di ciò che era nostro
distinguere i colori degli anni
osservare lo stato di logoramento
il grado di nitidezza
e liberarci da tutti i luoghi
dove non siamo più.

lunedì 24 maggio 2021

Umberto Piersanti: tre poesie da "Nel folto dei pensieri"






Diario di bordo


presso la foglia fradicia
del tiglio e dentro l'erbe
fatte quasi bianche,
nel suo rosa sempre più pallido
e tenace, un cespo di ciclamini
si rinserra, fragili i gambi
e corvi, inzuppati d'acque,
ma fino a quando arde
dentro la bruma spessa,
la nebbia nera,
quella rosa che settembre
accese con un suo vento
morbido e celeste?

no, la brina non lo stronca
e non lo schianta il vento,
forse l'eterno è nel pallido
colore che mai si spegne
e alla terra eterna
s'annoda e confonde,
ma dicembre viene
e nel gelo lo spezza
c'era lì nell'orto
un lungo ramo
con i passeri in fila
bianchi di neve,
solo il rosso dei cachi
un po' trapela
tenace, nel chiarore
che l'avvolge

e non sei mai solo
come quando dalla finestra
di un albergo nuovo
dentro ogni macchina che passa,
infinite, coi fari,
tra la pioggia,
i volti dei viandanti
tu intravedi

annota nel diario a bordo
vicende e cose,
minute o immense
questo conta poco,
e le stanche domande
non segnare,
perché un vecchio
corre lungo il mare
e tra le tamerici ingiallite
o spoglie, una sola
è rimasta verde?

appunti, solo appunti
sparsi, Il veliero continua
l'incerta rotta

cerca le sue Galapagos,
ogni moto e caduta
lì forse ha un senso,
sale una bruma immensa
spegne astri e quadranti,
la rotta che s'è persa


Dicembre 2009



***



Non sei di questo tempo


e poi quel mare opaco,
colore dei giorni freddi,
un verde che si scioglie
tra nebbie e spume,
e tu lo guardi
stretto al finestrino
del treno che s'inoltra
nell'inverno

non sei di questo tempo,
lo capisci
se le guardi
snelle e disegnate
e quelle giubbe uscite
dal futuro, magari da una pagina
d'Urania, mandano luci strane
e fluorescenti,
stanno in silenzio
con il capo chino
sulle parole accese
tra le mani

no, ha i vostri anni,
non v'assomiglia,
dico del figlio,
ancora più del padre
vive dal vostro tempo
separato

oh, quel mare sognato
dagli alti campi,
ci scendono palombe
a branchi folti,
stronca il piombo ali
e becchi, gli occhi quieti,
li cercano tra i ceppi
i bianchi cani

dalle strade sbranate,
le case rotte,
dal cielo era venuto
dolore e fuoco,
arrivai alla Gran Pozza
ch'era un giorno d'estate

oh, quell'ora assoluta,
l'immensa luce,
l'acqua cerchiava il mondo
e la tua vita

entra - dice Gaetano -
non ci pensare,
e sono andato dentro
tutto vestito,
il vecchio Gaetano
e tu bambino

ora che t'attraverso
nell'inverno,
nel giorno ti ricordo
più luminoso


Dicembre 2007



***



Adolescenza amore


così remota e persa
è la figura
che tra i viburni passa
e poi scompare,
nella fuga degli anni
ormai dissolta,
ma nella pietra resta
un'orma azzurra
d'un cielo e d'una veste
così lontani

lei era come l'aria
di quei giorni,
azzurra e chiara
come il suo lungo nome,
come l'età
che credevamo eterna

adesso,
nella cronaca dei giorni
fragili e falsi
come notiziari,
tu nella pietra cerchi
il volto eterno
d'un amore, il più fragile
e fugace


Dicembre 2012