Carlo Giacobbi: tre poesie da "Abitare il transito"



Cos'altro potrebbe mai fare l'io
-ovunque fosse, qualunque cosa dovesse accadere-
se non farsi padre e madre di sé, riconoscersi

figlio da accudire? Cos'altro per non sentirsi
impastare la bocca dalle ceneri del tempo?
L'uomo è più della sua pena.



***



Non le mappe quasi indecifrabili
della costellazione dei neuroni; non il fatto d'aver
dubitato fosse la tua mano a muovere il pedone

sulla scacchiera; non perché quel giorno la casa
era vuota, né perché ogni secondo
sembrava scandito dal metronomo di gocce



di un rubinetto mal chiuso; e neanche perché
i petali di rosa che ti sfioravano le guance
mutarono così, da una luna all'altra, in foglie

d'ortica. Nulla di tutto ciò potrà mai
definirti, svelare chi tu sia, né impedire
la tua sporgenza di labbra sulla fronte dell'ombra.



***



Solo assentire all'inarrivabile, sottrae
all'idea d'essere stati roba che càpita, evenienza
senza interpello; a dubitare d'ascrivere a dono

il chiaro, il respiro, siamo buoni tutti; e disertare
il campo del dissidio, agitando lo straccio
bianco della codardia, è fin troppo



comodo, e anche se tacita, non fa onore.
Se è di resa che deve parlarsi, sia allora abbandono
alla più ardita ipotesi del prima

e del dopo; credimi, figlia, è questa cerca di senso
che fa umano il durante; basta un grano
di sale a fare sapido l'esistere.