giovedì 23 settembre 2021

Raffaele Floris: tre poesie da "Mattoni a vista"

 




D'estate, al paese



D'estate, al paese,

C'è sempre una vecchia che ascolta il silenzio,

Seduta sull'uscio di casa.

L'immobile sguardo del tempo

L'ha vista sfiorire come le petunie del giardino;

Adesso ha le gambe tumefatte

E il respiro interrotto, nello strazio

Notturno che assale e sgomenta.


Un tempo, l'odore

Del grano mietuto riempiva le strade

Di polvere calda e di pula.

I figli tornavano a casa

E trovavano un vasetto di fiordalisi

Sulla finestra della cucina,

Il pane bianco sfornato da poco,

Camicie pulite sul letto.


D'estate, al paese,

C'è sempre una vecchia che ascolta il silenzio,

Seduta sull'uscio di casa.

Vorrebbe vedere i nipoti

Già grandi, adesso che ha mani di creta.


Invece ora vive coi cani:

Guarda l'intonaco della sua casa,

La polvere fra le sue dita.




***




I segni del tempo



Si posano i segni del tempo

Sui luoghi di sempre,

Sugli orti, sui muri di pietra,

Sui viali silenti.


Si posano i segni del tempo

Sui gesti consueti,

Sui volti, sugli occhi dolenti

Di sogni svaniti.


A nulla varrà questo aprile

Stupito di sole,

A nulla i sospiri interrotti

Di nuove parole.




***




Un volo di falene



L'estate morirà, semplicemente:

Come schiudendo un volo di falene,

Quasi che quel profumo di begonie

Ci regalasse un po' di miele amaro.


I tigli hanno l'essenza della notte:

Come impazzito, il cuore dell'estate

Pulsa e stordisce anche la nostra vita,

Che si nasconde dietro la tendina.


Vorrei fermare il tempo al chiaroscuro

Del vespro, all'ombra incerta delle case;

L'estate ha un cuore grande e un fuoco breve:

Vorrei che fossi qui, semplicemente.

sabato 18 settembre 2021

Roberto Pazzi: tre poesie da "Un giorno senza sera"



Il viaggio



Tu sei la terra che non finisce mai

e gira e torna sempre alle stagioni,

tu sei la fine della paura

che il sole non risorga

e la vita d'una colpa si spenga.

Vince il tuo canto il sapore

d'un corpo solo e prigioniero,

il timore del ritorno

alla solitudine delle stelle.

Tu sei lo spavento della bellezza

quando mi chiami e non parli,

il desiderio della fine

quando mi stringi,

il tempo che si rompe nel sospetto

d'un altro tempo tuo senza di me,

quella era arcaica ch'io non vedrò mai.

Io sono il fumo della vita

che bruciò quel tempo favoloso

e vago in te come esploratore

timoroso che l'altro, dagli antipodi,

lo preceda allo zero del polo

per piantare il vessillo del suo re.




***




Silenzio



Santo santo santo è il silenzio

amore tre volte purificato

dal fuoco del vento,

frutto del deserto

maturato dalle tenebre

per mani chiuse in cerca dell'alba.




***




Sogno di fine estate



E ci si sveglia all'improvviso

a casa sognando di ripartire,

il viaggio nel viaggio

appena ricominciato

nel cielo azzurro dei primi

di settembre, l'aria

che invita a rimanere.

È ancora presto per tornare,

potrebbe la méta dimenticarci,

potremmo mancarla, non scendere,

non sentire nel sonno il nome

della città, doppiare il capo

della notte oltre l'alba,

al gioco dei giorni barare,

a lumi spenti doppiare Capo Horn,

all'improvviso riuscire all'estate...
 

giovedì 16 settembre 2021

Antonella Sbuelz: tre poesie da "Chiedi a ogni goccia il mare"





Piccolo elogio della fragilità



Tra i rami solo quello più sottile,
piegato dal vento e dal gelo.
Tra i fili d'erba il filo d'erba
giallo: il primo che soccombe alla stagione.
Nello stormo l'ultimo uccello,
che tra non molto resterà isolato.
E fra i gatti in amore
nella notte, il gatto dal corpo ferito.
Nei verdi del verde rinato, lo sbriciolio
di foglie secche in mezzo alle pagine
di un libro.
Tra i gesti, il più goffo e insicuro.
Tra le voci, la voce più fioca.
Tra le presenze al cuore delle cose,
la presenza che resta fuori fuoco. E
nel vecchio, il bambino che è stato.
Osserva
come i fragili sussultano, come arretrano
dal centro e dalla luce.
Sia per loro lo sguardo che non cede,
la parola che nessuno ha pronunciato.



***



Si scrive quando mancano parole



Si scrive quando mancano parole.
Quando la vita si inceppa, quando
si inceppa la voce. Quando
le pupille sono vinte
da un troppo di buio o di luce
o tremano le ossa sotto il peso
o siamo consumati dalla pioggia.
Si scrive nelle strade laterali e nei vicoli
ciechi, di notte. Quando servirebbe
un nuovo inizio. Quando servirebbe
fiato al fiato,
o almeno nella mano un'altra mano
e un buio meno buio,
fatto umano.

Si scrive quando tutto è troppo grande
per la piccola cosa che siamo.



***



E questo è tutto, credo



Oggi comincia col guardare il cielo:
la punta del ramo tesa al sole
anche se il sole è lontano, lo stormo
che cerca un orizzonte, l'orizzonte
che affonda esclamativo dove la terra
è stanca della terra, dove il mare
è più stanco di mare.
Riposa con lo sguardo sulla foglia
che trema al limitare dell'autunno
e riconosce dentro il suo tremare
la misura comune di un futuro.
Prosegui piano, assieme al ricordare.
Ripassa i lineamenti di chi è stato. Usa
parole scalze, gesti nudi. Desideri
rinati elementari.
Dalle lucciole impara il provvisorio.
Dall'arcipelago l'isola, dall'isola
lo scoglio più isolato. Cerca le galassie
anche nel fango, anche nel sottobosco
cerca il volo.
Ascolta i passi delle orme oscure,
che non chiedono di essere ascoltate.
Distilla dal buio la luce, ma non dimenticare
che anche il buio
sulla luce ha qualcosa da dire.
E sul finire della tua giornata,
quando il sonno ti piega le ciglia, fa'
che un battito di meraviglia
dia vita vera a quello che hai vissuto
e lo trasformi in seme nuovo, in frutto.

E questo è tutto, credo.
Questo è tutto.



martedì 7 settembre 2021

Adam Zagajewski: altre tre poesie da "Dalla vita degli oggetti"


 


Dalla vita degli oggetti



La pelle levigata degli oggetti è tesa

come la tenda di un circo.

Sopraggiunge la sera.

Benvenuta, oscurità.

Addio, luce del giorno.

Siamo come palpebre, dicono le cose,

sfioriamo l'occhio e l'aria, l'oscurità

e la luce, l'India e l'Europa.


E all'improvviso sono io a parlare: sapete,

cose, cos'è la sofferenza?

Siete mai state affamate, sole, sperdute?

Avete pianto? E conoscete la paura?

La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,

i peccati veniali non inclusi nel perdono?

Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire

quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra

nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,

il lutto, Il trascorrere del tempo?


Cala il silenzio.

Sulla parete danza l'ago del barometro.




***




La tela



Stavo in silenzio davanti a un quadro scuro,

una tela che avrebbe potuto trasformarsi

in cappotto, camicia, stendardo,

e invece è diventata cosmo.


In silenzio davanti alla tela scura,

ero pieno di incanto e ribellione e pensavo

all'arte della pittura e all'arte della vita,

a tanti giorni freddi e vuoti,


agli attimi di impotenza,

alla mia fredda fantasia,

cuore di una campana

che vive solo quando oscilla,


colpendo ciò che ama

e amando ciò che va colpendo,

e mi venne in mente che la tela

avrebbe anche potuto essere un sudario.




***




Giardino d'inverno



In questa piccola città nera, la tua città,

dove anche i treni si fermano senza voltar la testa,

senza distogliersi dai destini finali,

nel parco, a dispetto di ombre e di caligini,

c'è un grigio edificio dall'interno perlato.


Dimentica la neve, i duri attacchi del gelo,

qui ti accoglie l'umida antologia dell'aria tropicale

il misterioso fruscio di foglie smisurate

avviluppate come pigri serpenti -

neppure un egittologo saprebbe decifrarle.


Dimentica la tristezza delle strade anonime e degli stadi,

il peso delle domeniche riuscite male.

Accogli il respiro caldo che soffia dalle piante.

Un profumo lieve di lampi scoloriti

ti avvolgerà, ti condurrà laggiù, lontano.


Forse vedrai Le vele rugginose di navi all'ancora,

isole ricamate di nebbia rosa, torridi templi diroccati;

vedrai ciò ch'è perduto, ciò che non c'era,

ma pure quanti vivono la tua

stessa vita.


Vedrai d'un tratto il mondo sotto una diversa luce,

i cancelli di case estranee per un istante si apriranno,

i pensieri nascosti diverranno visibili, le feste meno fastidiose,

la gioia altrui sarà più comprensibile, più belli

i volti.


Dimentica te stesso, lasciati abbagliare dall'incanto,

dimentica tutto e forse tornerà una memoria

più profonda e una più profonda fratellanza,

e dirai: non so, non so com'è successo -

le palme hanno aperto il mio avido cuore.

domenica 5 settembre 2021

Adam Zagajewski: tre poesie da "Dalla vita degli oggetti"

 






La bandiera


La mattina mi sveglio e cerco di appurare
con l'aiuto di un binocolo da teatro
quale bandiera sventoli sulla mia città
nera, bianca o grigia come il terrore,
se la mia città è già stata conquistata
o ancora si difende, se implora
la clemenza dei vincitori oppure
porta il lutto per alcuni secondi
di oblio, o forse io stesso sono
la bandiera solo che non so
vederla, così come non vediamo
il nostro cuore.



***



Kierkegaard su Hegel


Kierkegaard diceva di Hegel: ricorda qualcuno
che erige un enorme castello, ma vive
in una semplice capanna, lì nei pressi.
Così l'intelligenza abita in una modesta
stanza del cranio, e quegli stati meravigliosi
che ci furono promessi sono ricoperti
di ragnatele, per ora dobbiamo accontentarci
di un'angusta cella, del canto del carcerato,
del buonumore del doganiere, del pugno del poliziotto.
Abitiamo nella nostalgia. Nei sogni si aprono
serrature e chiavistelli. Chi non ha trovato rifugio
in ciò che è vasto, cerca il piccolo. Dio è il seme
di papavero più piccolo al mondo.
Scoppia di grandezza.



***



Negli alberi


Negli alberi, nelle loro chiome, sotto sontuose
vesti di foglie e sottane di luce,
sotto i sensi, sotto le ali, sotto gli scettri,
negli alberi si cela, respira, palpita
una vita quieta, sonnolenta, un abbozzo d'eterno.
Prosperi reami crescono nell'ambone
delle querce. Gli scoiattoli corrono, immobili
come piccoli tramonti rossi nascosti
sotto le palpebre. Ostaggi invisibili
formicolano sotto i gusci delle ghiande,
gli schiavi portano cesti con frutta e argento,
i cammelli oscillano come studiosi
arabi sopra i loro manoscritti, i pozzi
bevono acqua e aceto, l'acerba Europa
stilla come resina dal legno, Veermer dipinge
vesti e una luce che non va scemando.
Sotto la cupola del circo danzano i tordi.
Slowacki già abita a Parigi e gioca
perseverante in borsa. Un ricco
si infila nella cruna d'un ago
E geme, ah, che tortura, Socrate
spiega ai cercatori d'oro che cos'è
la menzogna, che cosa il bene e la virtù.
I rematori remano lenti. E lente navigano
le barche a vela. I fuggitivi dell'Insurrezione
di Varsavia bevono un tè dolce,
sui rami asciuga la biancheria,
qualcuno nel sonno chiede "dov'è
la mia patria". Un veliero verde è fissato
a un'ancora arrugginita. Un coro di anime immortali
prova una cantata di Bach, in silenzio.
Accanto, su un angusto divano, dorme, stanco,
capitan Nemo. Un picchio trasmette un telegramma
urgente con la notizia della conquista
di Cartagine e del Boston Tea Party.
La donnola non si tramuta affatto
in lady Macbeth, nelle chiome degli alberi
non esistono rimorsi. Icaro serenamente affoga.
Dio riavvolge il nastro. Le spedizioni punitive
rientrano in caserma. Vivremo a lungo
negli intrecci di un arabesco, nel balbettio
dell'allocco, nel desiderio, nell'eco
senza casa, sotto sontuose vesti di foglie,
nelle chiome degli alberi, nell'altrui respiro.


giovedì 2 settembre 2021

Piero Bigongiari: tre poesie da "L'enigma innamorato"




Non so



Nell'umido brillare dei tetti,

nel calare del sole tra scogliere

di strade, non so cos'altro aspetti,

s'altro dichiari con parole rade

ai passanti, ai vetri ciechi dei tram,

e a un tratto molto so della speranza,

ma non so neppure cosa si perde

nell'ansimo dell'aria, quasi un battito

accelerato di motore,

quasi tacchi più fitti, una catena

che si tende, gli occhi un poco più desti.


Ma lo sguardo è dentro le cose

a cercarvi la buccia tra la polpa e non v'è colpa sufficiente per la nostra gioia,

nemmeno la speranza e la solitudine:

tu sai che non so, tu sai che puoi chiedere.




***




L'alba



Ho visto uccelli strani, nevicate impossibili,

il cuore pesticciare disarmato la tundra,

ho sentito fiocchi di sguardi scendere, grandinate

di sguardi mettere in forse il tuo raccolto,

le ore essere uguali al loro contrario,

il tempo lento a percorrersi come un tappeto troppo lungo

- e là chi ti attende? non puoi vederlo... un'ombra scarlatta-.


Ho inteso il mare parlare da solo

quasi non avesse naufraghi su ogni riva,

ho visto bambini medicarsi ferite atroci, andare senza gambe,

guardare senz'occhi, chiedere senza lingua,

implorare una madre rivolti a una roccia,

ho visto un fiore che sboccia affrettare il tempo

ma renderlo infinito un sasso che precipita.


Ma tu che non trattieni il tuo stesso riscatto

e quanto ti completa renderlo quanto ti mutila,

che sei quello che volevi essere e non sarai mai,

cuore in palma di mano o dentro l'abisso schivo d'un sorriso,

se io vivo accanto al precipizio del tuo sangue

ogni colore finisce nel bianco, mosso il proprio spettro,

quel dolore non scompartirlo in felicità troppo sole.


Sole in palma di mano, sole che scende l'abisso

circospetto, e trova ciuffi d'erba, alberi nella nebbia,

chioma addormentate, un pensiero per capello,

basta cercarmi, scendere, risalire, abbandonata la circospezione,

la città dorme, il fango raddensa il proprio siero,

butta la lenza Il pescatore mattiniero

entro un'acqua che non può fermarsi se contiene, né divide, la vita.




***




Addio a Nausicaa



Credo di averti visto nella perdita

con un accento, penso, inobliabile.

(Ma si perde qualcosa nell'oblio

o si acquista qualcosa di impensato

forse più che nel suo vano ricordo?).

Il fuoco che dilunga le tue rive

più e più si allontana entro di noi?

Chi scrive o pensa o solo anche ricorda,

come una corda d'arco che si tende

mette in contatto i propri estremi. Io credo,

proprio per non lasciarti, di averti

lasciata al tuo saluto più incerto,

più lontano d'ogni distanza, ed eri

a un passo da me, dal mio passo.

Sul chi vive è ormai solo il pensiero

che erto altro non scorge entro di sé

di più diviso di quanto più è prossimo,

anzi quasi lo stesso: è la lama

nella ferita, l'occhio nella brama,

che tiene unito quanto si allontana,

labbra già sanguinanti del silenzio

che s'infebbra e le screpola. È l'addio.


Scruta il mare il nocchiero e non sa

se temere che l'orizzonte porga

altri approdi, o se desiderarli.

Vidi in città nebbiose ardere un raggio

di sole. Era il tuo sguardo? O forse era

quanto già visto che nell'invisibile

penetrava per me. Che devo dirti,

amata, che l'amore è sempre a mezzo

e sempre estremo? il remo che ora sciacqua,

nell'acqua glauca della mente esplora

con più forza l'aurora in cui si scioglie

a poco a poco il calore del sole.


Mi volto, posso ormai voltarmi in giro,

ma altro non ammiro che il silenzio

in cui, appena sorge, la parola

abbandona il purpureo rumore

in cui cerca il tuo nome. Ormai lo ignoro,

ove non sia, fluttuante, l'ugola

del mare a suggerirlo in un singhiozzo.

Io so tutto di te, o almeno credo,

perché più nulla so di te, né mai

ho saputo oltre il tuo sorriso, il lieve

arcuarsi delle labbra: la parola

era inutile, quella sola ch'io

attendevo da te, altro non era

che il chiudersi della viola quando il sole,

questo che vedo qui sulle onde spremere

i suoi ultimi raggi, allontanava

dalla felicità il proprio gemito.


Ritornerai nelle tue stanze, avrai

quel sorriso da donare a qualcuno.

Ma io non sarò dietro le tue porte uno

che non vi è, il sospiro del vento.

Premerai con dolcezza più ostinata

quelle ante prima di spalancarle.

Il biancospino lì lieve si arrampica

dal più alto gradino su se stesso

e si ritorce: breve è lo spazio

in cui si espande e fiorisce; è anche dire

che solo nel più espanso si nasconde

più a fondo intrattenibile ogni impulso.

Terribile è il mistero dell'oblio,

ma trepido come la felce dietro cui

ti vidi la prima volta apparire.



 

mercoledì 1 settembre 2021

Claudia di Palma: tre poesie da "Atti di nascita"

 










Mi perdo nel giardino, nel tuo vestito a fiori,
Nel tempo, nelle stagioni, nella tua ora
Incandescente, meridiana. Mi scotto al fuoco
Dei tuoi giorni. Tu sei la fornace, la madre,
Il ventre gravido di luce, io la mela matura,
Tu la bocca che mi accoglie e sputa.



***



Non voglio l'intero, so bene che il vero
È un corpo che si spezza, un taglio,
Una frattura scomposta .Persino il giorno
Si dà in pasto a piccoli morsi.
Quando troveremo l'incendio
Saremo pallidi e freddi.
Adesso Il bene è un frammento.



***



Dovremmo puntare ogni giorno la fine
Come si punta un bersaglio, dovremmo
Sostenere con tenacia lo sguardo
Del vulnerabile, prometterci
L'abbandono, la disfatta.