giovedì 2 settembre 2021

Piero Bigongiari: tre poesie da "L'enigma innamorato"




Non so



Nell'umido brillare dei tetti,

nel calare del sole tra scogliere

di strade, non so cos'altro aspetti,

s'altro dichiari con parole rade

ai passanti, ai vetri ciechi dei tram,

e a un tratto molto so della speranza,

ma non so neppure cosa si perde

nell'ansimo dell'aria, quasi un battito

accelerato di motore,

quasi tacchi più fitti, una catena

che si tende, gli occhi un poco più desti.


Ma lo sguardo è dentro le cose

a cercarvi la buccia tra la polpa e non v'è colpa sufficiente per la nostra gioia,

nemmeno la speranza e la solitudine:

tu sai che non so, tu sai che puoi chiedere.




***




L'alba



Ho visto uccelli strani, nevicate impossibili,

il cuore pesticciare disarmato la tundra,

ho sentito fiocchi di sguardi scendere, grandinate

di sguardi mettere in forse il tuo raccolto,

le ore essere uguali al loro contrario,

il tempo lento a percorrersi come un tappeto troppo lungo

- e là chi ti attende? non puoi vederlo... un'ombra scarlatta-.


Ho inteso il mare parlare da solo

quasi non avesse naufraghi su ogni riva,

ho visto bambini medicarsi ferite atroci, andare senza gambe,

guardare senz'occhi, chiedere senza lingua,

implorare una madre rivolti a una roccia,

ho visto un fiore che sboccia affrettare il tempo

ma renderlo infinito un sasso che precipita.


Ma tu che non trattieni il tuo stesso riscatto

e quanto ti completa renderlo quanto ti mutila,

che sei quello che volevi essere e non sarai mai,

cuore in palma di mano o dentro l'abisso schivo d'un sorriso,

se io vivo accanto al precipizio del tuo sangue

ogni colore finisce nel bianco, mosso il proprio spettro,

quel dolore non scompartirlo in felicità troppo sole.


Sole in palma di mano, sole che scende l'abisso

circospetto, e trova ciuffi d'erba, alberi nella nebbia,

chioma addormentate, un pensiero per capello,

basta cercarmi, scendere, risalire, abbandonata la circospezione,

la città dorme, il fango raddensa il proprio siero,

butta la lenza Il pescatore mattiniero

entro un'acqua che non può fermarsi se contiene, né divide, la vita.




***




Addio a Nausicaa



Credo di averti visto nella perdita

con un accento, penso, inobliabile.

(Ma si perde qualcosa nell'oblio

o si acquista qualcosa di impensato

forse più che nel suo vano ricordo?).

Il fuoco che dilunga le tue rive

più e più si allontana entro di noi?

Chi scrive o pensa o solo anche ricorda,

come una corda d'arco che si tende

mette in contatto i propri estremi. Io credo,

proprio per non lasciarti, di averti

lasciata al tuo saluto più incerto,

più lontano d'ogni distanza, ed eri

a un passo da me, dal mio passo.

Sul chi vive è ormai solo il pensiero

che erto altro non scorge entro di sé

di più diviso di quanto più è prossimo,

anzi quasi lo stesso: è la lama

nella ferita, l'occhio nella brama,

che tiene unito quanto si allontana,

labbra già sanguinanti del silenzio

che s'infebbra e le screpola. È l'addio.


Scruta il mare il nocchiero e non sa

se temere che l'orizzonte porga

altri approdi, o se desiderarli.

Vidi in città nebbiose ardere un raggio

di sole. Era il tuo sguardo? O forse era

quanto già visto che nell'invisibile

penetrava per me. Che devo dirti,

amata, che l'amore è sempre a mezzo

e sempre estremo? il remo che ora sciacqua,

nell'acqua glauca della mente esplora

con più forza l'aurora in cui si scioglie

a poco a poco il calore del sole.


Mi volto, posso ormai voltarmi in giro,

ma altro non ammiro che il silenzio

in cui, appena sorge, la parola

abbandona il purpureo rumore

in cui cerca il tuo nome. Ormai lo ignoro,

ove non sia, fluttuante, l'ugola

del mare a suggerirlo in un singhiozzo.

Io so tutto di te, o almeno credo,

perché più nulla so di te, né mai

ho saputo oltre il tuo sorriso, il lieve

arcuarsi delle labbra: la parola

era inutile, quella sola ch'io

attendevo da te, altro non era

che il chiudersi della viola quando il sole,

questo che vedo qui sulle onde spremere

i suoi ultimi raggi, allontanava

dalla felicità il proprio gemito.


Ritornerai nelle tue stanze, avrai

quel sorriso da donare a qualcuno.

Ma io non sarò dietro le tue porte uno

che non vi è, il sospiro del vento.

Premerai con dolcezza più ostinata

quelle ante prima di spalancarle.

Il biancospino lì lieve si arrampica

dal più alto gradino su se stesso

e si ritorce: breve è lo spazio

in cui si espande e fiorisce; è anche dire

che solo nel più espanso si nasconde

più a fondo intrattenibile ogni impulso.

Terribile è il mistero dell'oblio,

ma trepido come la felce dietro cui

ti vidi la prima volta apparire.