sabato 6 febbraio 2021

Piero Bigongiari - Tre poesie da "Il silenzio del poema"




L'universo ha un cuore?


Il mare non è perfetto, nulla è
perfetto, nemmeno amare, nemmeno
la luce sul mio tetto. Tutto appare e
scompare. Forse ha bisogno di riposo
il tempo, il dubitoso abitatore
dello spazio, l'iroso corruttore
della felicità fino allo strazio.
Inquieto è il colombo viaggiatore
che, posato sul tetto, deve aprire
di nuovo le ali per tornare là
dove un giorno ha imparato a volare,
dove il cibo è posato sullo strame
e l'odore della sua discendenza
ha fame, non può far senza di lui.

(...)

Qualche cosa si è perso della pena
dell'universo che lasciò il Big Bang
per sciamare coi suoi astri infuocati
- per trovare cosa? L'infinito
è una rosa che si abbrustolisce,
un mito in cerca delle proprie origini.
Può tornare sull'indice di Dio
per cui additare fu già indicare
che può tornare chi se ne allontana?
La creta è ancora Creta, in forma umana?
È nell' allontanarsi la misura
del Passo del ritorno?

(...)

Scompare anche l'amore dove appare,
forse per irraggiare più felice
da lungi la sua azione? Cosa dice?
Bisbiglia, a un tratto grida, a un tratto tace.
Ma sa l'amore ritrovare il nido
o si è smarrito in una sua visione
troppo fugace? È suo, nell'universo,
questo grido, di chi ha perso se stesso?
O per converso chiama chi non sa
più ascoltarlo? È la trama che si smaglia
o s'infittisce, in mano a una brama
che più non sa se troppo o troppo poco
ama. Sulla ramaglia trema un fiore
Su cui Aracne tesse la sua tela
assassina. Ha un cuore l'universo?
Insieme al suo è uno il mio tremore.
Che cosa ho trovato, che cosa ho perso?


***


È luce


... Ma è più vera sapienza quella che
Non vuol sapere tutto, la sua essenza
È quella che come la stella riempie
Di luce ogni distanza da se stessa,
l'oltranza della propria incandescenza.
È luce quello che nel cuore è fuoco.
In quello che non so tutto è poco.



***


Il dono più terribile e convulso


Troppo prometti, vita, e lo so bene
che non potrai mantenere quanto hai
promesso, ma ti ringrazio lo stesso
di ciò che tu mi hai fatto intravedere,
se intravedere è già scorgere in ciò
che il desiderio ti propone quello
che tu puoi soltanto immaginare.
È infiltrare già nell'invisibile
il tuo sguardo più Cupido, il solare
impulso che ti spinge a cercare
nella penombra, tra ricordo e oblio,
il dono più terribile e convulso
del Dio: la capacità di amare.