venerdì 8 ottobre 2021

Iosif Brodskij: tre poesie da "Poesie italiane"

 




Ripulito, stirato, il lenzuolo del golfo

freme coi suoi volants; l'aria incolore

si condensa un istante in piccione, in gabbiano,

ma si dissolve subito. Fuori dall'acqua,

barche, barconi, chiatte, gondole somigliano

a scarpe scompagnate, gettate sulla sabbia

che scricchiola sotto la suola. Ricorda:

in sostanza, ogni movimento è

spostamento del peso del corpo in altro luogo.

Ricorda che il passato non può iscriversi

senza residui nel ricordo, e che il futuro

gli è necessario. Ricorda bene:

l'acqua, soltanto l'acqua, sempre e ovunque

resta fedele a se stessa, insensibile

ad ogni metamorfosi, liscia, distesa

là dove non è più terraferma. E tutto il pathos

della vita, all'inizio, il mezzo, il calendario

che si sfoglia, la fine, eccetera, svanisce

in spume lievi, eterne, senza tinte.


Il duro, morto fil di ferro del vigneto

trema per la sua stessa tensione. E gli alberi

nel parco nero in niente si distinguono

dal muro, simile all'uomo che nulla ha più

da confessare, e, soprattutto, nessuno a cui farlo.

Imbrunisce. Silenzio, non c'è vento.

Scricchiolio di conchiglie, fruscio di canne

schiacciate, marce. Un barattolo preso a calci

vola in alto e scompare dalla vista.

Neppure dopo un minuto si distingue il suono

della sua caduta sulla sabbia umida.

Né tanto meno il tuffo.




***




Abbraccia l'aria pulita, come fanno i rami di questi pini:

fra le dita ne resta quanto sul vetro, sul tulle.

Ma dalle nubi non torna più azzurro l'uccellino,

e anche noi non siamo proprio dèi in miniatura.

Perciò siamo felici: siamo un niente. E cime,

ed orizzonti, eccetera, spezzano questa pelle liscia.

Corpo e rovescio dello spazio, comunque la si giri.

E perciò stesso noi siamo infelici.

Appòggiati piuttosto questo portico, attraverso

la camicia il muro rinfrescherà le spalle;

e guarda come il sole tramonta sopra parchi e ville,

e come l'acqua, maestra d'eloquenza,

scorre da fessure rugginose, e non ripete

nulla salvo la linfa che suona l'ocarina,

e salvo il fatto che cruda, fredda,

trasforma il viso in liquida rovina.




***




Scrivo questi versi, seduto all'aperto su una sedia bianca,

d'inverno, con la sola giacca addosso,

dopo molti bicchieri, allargando gli zigomi

con frasi in madrelingua.

Nella tazza si raffredda il caffè.

Sciaborda la laguna, punendo con cento minimi sprazzi

la torbida pupilla per l'ansia di fissare nel ricordo

questo paesaggio, capace di fare a meno di me.